Assistenza sessuale per disabili, c’è disegno di legge bipartisan. “Sfida a un tabù”

Da Il Fatto Quotidiano

Assistenza sessuale per disabili, c’è disegno di legge bipartisan. “Sfida a un tabù”

Il testo è stato presentato su iniziativa di tredici senatori tra cui Pietro Ichino di Scelta civica e Sergio Lo Giudice del Partito democratico. Soddisfatto il portavoce del comitato italiano promotore Maximiliano Ulivieri

di Annalisa Dall’Oca | 24 aprile 2014

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Aiutare chi, per via di una disabilità psichica o fisica, non ha la possibilità di vivere la propria sessualità. E’ questo l’intento del disegno di legge “Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità” presentato oggi a Palazzo Madama per introdurre, in Italia, la figura professionale dell’assistente sessuale. Una figura, cioè, che sulla base di una formazione psicologica, sessuologica e medica, “sia in grado di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria, psichica, o cognitiva, a vivere un’esperienza erotica, sensuale o sessuale – recita il testo del provvedimento – e a indirizzare al meglio le proprie energie interne, spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività”. Presentato su iniziativa di tredici senatori, tra cui anche Pietro Ichino di Scelta Civica, capofila il democratico Sergio Lo Giudice, il progetto di legge prende avvio da una sentenza della Corte Costituzionale, la 561 del 1987, che tra i diritti umani fondamentali riconosce anche la sessualità in quanto “è uno degli essenziali modi di espressione della persona umana”, e come tale è soggetto a tutela dall’articolo 2 della Costituzione. Diritto che però, in talune circostanze, viene limitato dalle condizioni psichiche e fisiche in cui versano le persone con disabilità.

“Ad oggi – racconta Maximiliano Ulivieri, portavoce del primo comitato italiano per una legge sull’assistenza sessuale – per le persone con disabilità esistono vari tipi di sostegno: c’è la fisioterapia, c’è un aiuto per chi ha difficoltà a gestire la quotidianità, come vestirsi o fare la doccia, e ci sono persino forme di assistenza come la cromoterapia o l’ippoterapia. Si è concepito un aiuto per ogni tipo di necessità, ma non per quella sessuale. Come se il disabile non sentisse il bisogno di toccarsi, di ricevere piacere, come se non fosse idoneo a certe esigenze. Ma non è così, e chi halimiti psichici o fisici tali per cui non può provvedere da sé a questi bisogni deve essere assistito”.

L’assistente sessuale, quindi, interverrebbe sia sul piano fisico, aiutando le persone con disabilità a vivere un’esperienza sessuale, sia sul piano psicologico, svolgendo cioè “un’azione di educazione alla sessualità e all’affettività”. “Per capire l’importanza di questa figura professionale – spiega Ulivieri – bisogna immaginare cosa possa significare il non potersi toccare perché magari le proprie mani non si muovono come dovrebbero, o il non potere avere momenti di intimità per via della propria disabilità. Il proprio corpo, quando non si è autosufficienti, in certi casi è considerato come un peso, e l’intimità è la prima cosa che si perde con la disabilità. In una situazione del genere, quanto a lungo si può sopportare la mancanza di attività sessuale? E quanto influisce questo a livello psicologico? Non è certo una novità che il sesso contribuisca alla felicità di un individuo”.

Aiutare chi è rimasto vittima di un incidente e ha perso parte delle proprie facoltà motorie a riscoprire come dare e ricevere piacere, consentire un’esperienza fisica anche a chi, perché nato con una disabilità, non ha mai avuto modo di sperimentare la sessualità, insegnare a prendersi cura del proprio corpo anche quando sono presenti limiti fisici o psichici: sono solo alcune delle situazioni per le quali il disegno di legge vorrebbe prevedere il supporto dell’assistente sessuale. “Partendo dal presupposto che la persona con disabilità in certe condizioni può vivere un rapporto in maniera soddisfacente – precisa Ulivieri, che ha partecipato alla presentazione del ddl con la scrittriceGiorgia Wurth, il sessuologo dell’Università dell’Aquila Fabrizio Quattrini, lo scrittore Lorenzo Amurri e Leonardo Monaco, dell’Associazione Luca Coscioni – i casi in cui questo non avviene esistono e sono numerosi. Ci sono varie condizioni che determinano la possibilità o meno di intraprendere una relazione affettiva, ad esempio c’è chi, per via della propria situazione fisica o psichica, non ha l’autostima necessaria a trovare un partner, o chi, a causa della disabilità, è considerato meno desiderabile dalla società. In tutte queste situazioni è importante intervenire. Io ho una disabilità grave, la distrofia muscolare, ma sono riuscito a vivere la mia vita, sono sposato. Tuttavia c’è chi non chi non vive questa situazione”.

L’Italia, del resto, non è il primo Paese a porsi questo problema. La figura dell’assistente sessuale, infatti, è presente in Svizzera, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Austria. E tuttavia, se all’estero basta un attestato rilasciato in seguito a un corso di formazione per poter intraprendere la professione, in Italia è necessario un riconoscimento istituzionale che la introduca formalmente, così da distinguerla dalla prostituzione, soggetta alle disposizioni della legge Merlin. “Dopo anni di battaglie il disegno di legge è un passo avanti importante – conclude Ulivieri – tuttavia bisogna tenere i piedi per terra, o nel mio caso, le ruote: il provvedimento dovrà essere calendarizzato in Commissione prima di passare all’Aula, quindi non sappiamo ancora quanto tempo ci vorrà perché diventi realtà. Spero avvenga il prima possibile, però, perché concorrerà a rendere il più normale possibile la vita di chi ha una disabilità. Io non capisco le obiezioni di chi si dice contrario all’assistenza sessuale per i disabili: è una decisione che ognuno prende secondo coscienza. Il sesso non è un diritto, ma la libertà di scelta sì”.

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Opera don Calabria – Blog dott.Piperno su Il Fatto Quotidiano

“L’amore al tempo degli attacchi di panico”

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Psicologia, l’amore al tempo degli attacchi di panico

di Ruggero Piperno | 22 aprile 2014

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Per quanto possa essere diffusa, la parola “amore” rimane oscura nel suo significato più profondo. Domandare ad una persona post adolescente se è innamorata può essere vissuto come una provocazione. Probabilmente dopo un attimo di spaesamento, arriverà, nei casi migliori, una risposta simile a questa: “Ci vogliamo molto bene”, o “C’è un grande affetto fra noi”, o ancora, “Certo alla nostra età non si può parlare di amore come ai primi tempi”.

Quindi alla parola “amore” viene di solito accostato il concetto di passione, una sorta di carica energetica, che si immagina possa evaporare nel tempo, lasciando la stabilità dell’affetto. In quanto legato alla passione, all’infatuazione, all’attrazione, “amore” non sarebbe la parola più indicata per esprimere la libertà di una scelta, ma poiché nei disturbi d’ansia e di panico il confine fra essere innamorato ed essere dipendente, diviene particolarmente sottile, proporrei, per un momento, di chiamare con “amore” il senso di libera scelta che ci spinge verso l’altro e con “necessità” il senso di dipendenza dalla persona a cui siamo legati. In misura maggiore o minore questo dilemma accomuna un po’ tutti, forse perché, da quando nasciamo, fatichiamo a distinguere nell’accudimento o in quella mitica tetta o biberon che sia, la quota relativa ai sentimenti dalla quota relativa alla sopravvivenza. Nelle persone con un disturbo di panico questo dilemma si esaspera e il pensiero se hanno realmente scelto il loro partner, e quindi, si potrebbe dire, lo amano, o se hanno bisogno di lui per essere aiutati a gestire le proprie ansie, può divenire tormentosa.

Un’anziana signora mi confidava dolorosamente: “Vede dottore, mi vergogno a dirlo, ma se penso alla possibile morte di mio marito non so se prevale il dolore per la perdita o il senso di disperazione per non potere fare più affidamento sulla persona dalla quale dipendo massimamente.” Questa persona distingueva, in maniera molto acuta, la fisiologica tristezza per la separazione, dalla meno fisiologica disperazione per il pensiero di non avere gli strumenti per cavarsela da soli.

Eppure non dobbiamo pensare che la dipendenza sia un sentimento unilaterale, la maggior parte delle volte si creano dei complicati incastri, che una geniale persona descriveva magistralmente: “Non so se sono io che tiranneggio lui o se lui, venendo incontro alle mie attuali esigenze, accumula crediti che poi vorrà riscuotere. Non è facile capire chi tiene in pugno l’altro”. In un vecchio film del 2002 “Liberi“, di Gianluca Maria Tavarelli, uno dei protagonisti, Vince (Elio Germano), si prodiga per aiutare Genny (Nicole Grimaudo): a superare le sue paure di andare in treno, in autobus, nelle discoteche. Vince dimostra così a Genny il suo amore, o forse sarebbe meglio dire, la sua dedizione, ma nello stesso tempo ne esaspera la dipendenza e questo sembra un buon antidoto contro la gelosia. Man mano che Genny sta meglio comincia ad emanciparsi e a diventare più libera.

Emanciparsi significa non appartenere più rigidamente, la relazione deve essere continuamente rinegoziata, operazione faticosa e ansiogena, per ognuno di noi, che si cerca di evitare con un rapporto di mutuo soccorso, che “funziona” fin quando perdura il bisogno di alleanza limitante da parte di entrambi i partners o fin quando il disturbo, nonostante la sofferenza, funge, in qualche modo, da rifugio esistenziale. Quindi la guarigione dai sintomi del panico può comportare l’inizio di un’altra sofferenza, che non si può evitare: il senso di responsabilità per la propria esistenza e questo può tenere i pazienti lontani dalla cura ma dovrebbe anche suggerire agli psicoterapeuti di non “infierire”con farmaci o con altre, per quanto utili modalità, solo sull’aspetto sintomatico.

Cari saluti,

Dott.ssa Miriam Miraldi

Progettazione & Formazione – Opera don Calabria Roma

formazione@operadoncalabria.it
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329.7140557

skype: mimiraldi

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Schermata del 2014-02-12 13:37:19

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