Il Club dove la malattia mentale si cura senza psichiatri. E con il lavoro

Viaggio nel “Club House” Itaca di Roma, una delle strutture nate negli Usa e che si stanno diffondendo anche in Italia. Con la gestione collettiva di spazi comuni le persone recuperano professionalità e fiducia, per affrontare una nuova occupazione e riprendere in mano la vita

09 ottobre 2015

ROMA – Nessun camice bianco in questo luogo dedicato al recupero di persone con disagio psichico. L’assenza di psichiatri, ma anche di psicoterapeuti, è una regola nelleClub House, strutture nate per favorire il reinserimento sociale delle persone con disagio psichico attraverso il lavoro, la socialità e il mutuo-aiuto. Anche se ciascuno di coloro che frequentano le Club House ha il proprio psichiatra di riferimento, all’interno di queste “palestre” di vita e lavoro sono assenti figure mediche su cui “scaricare” responsabilità.1


“Come specialisti abbiamo icounselor (che lavorano nell’orientamento e nel sostegno delle potenzialità),ma per lavorare qui l’importante è essere capaci di relazionarsi con persone molto sensibili”, spiega Guido Valentini, direttore del Club Itaca di Roma, una delle quattro strutture che in Italia applicano il metodo nato in America negli anni ’50 negli Stati Uniti su iniziativa dello psichiatra John Beard. Oggi sono circa 300 le Club House aperte in tutto il mondo, soprattutto nei paesi anglosassoni ma si stanno affermando anche in Italia:dopo la prima esperienza di Milano, ne sono nate altre a Roma, Firenze e Palermo, mentre alcune strutture sono in via di apertura a Napoli, Genova e Parma. I servizi sono sempre offerti in modo gratuito, grazie al sostegno di privati.

Quando alla vigilia della Giornata della salute mentale (10 ottobre) entriamo nel Club Itaca, tutti si presentano per nome e non ci è possibile distinguere gli operatori dagli utenti che qui vengono chiamati “soci” perché, una volta deciso di intraprendere il percorso di riabilitazione, aderiscono all’associazione. “E’ un gioco che facciamo sempre – ci dirà più tardi il direttore del centro Guido Valentini – generalmente le persone in visita non riescono a capire chi è staff e chi è socio e noi all’inizio non lo diciamo”. Un traguardo importante per chi per lunghi periodi ha avuto a che fare con lo stigma della malattia mentale.

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Cristiano e Eleonora, due soci, ci accompagnano a fare il giro della struttura e illustrano le sue regole. Per diventare soci del Club, bisogna innanzitutto accettare di collaborare alle attività che servono per portare avanti la struttura. Cristiano e Eleonora me le indicano su una lavagna, dove sono suddivise in quattro categorie principali: amministrazione, gestione del ristobar, manutenzione, orto e giardinaggio.1c

 

“Ogni giorno, alle 10 e alle 14,15 facciamo le riunioni in cui ci dividiamo le mansioni – spiega Cristiano – ciascuno sceglie l’attività che preferisce, cominciando a capire la propria inclinazione, un primo passo per poi professionalizzarsi”. “Solo successivamente si cominciano a guardare e esaminare le opportunità di lavoro”, aggiunge Eleonora indicando una bacheca con alcuni annunci, “l’importante, prima, è assumere una costanza, un percorso di riabilitazione”. Oggi sono 55 i soci di Club Itaca: 18 hanno già intrapreso un percorso di lavoro e mentre i restanti 37 frequentano il centro una media di 25 persone al giorno.

Una delle definizioni dei Club House è “palestra di lavoro” poiché tutte le attività vengono svolte nell’ottica di formare le persone alla disciplina che richiede un’occupazione fissa: “Ogni lavoro viene svolto in coppia per abituarci a operare in team”, spiega Eleonora. Inoltre, nella gestione del club, “non ci sono riunioni di staff ma tutti i soci sono coinvolti”. E le decisioni più importanti vengono prese all’unanimità in una riunione plenaria che si svolge nella sala convegni una volta al mese. Così ci si abitua nell’arte della mediazione, fondamentale in ogni tipo di lavoro.

Sono tre i tipi di lavoro che possono essere avviati nell’ambito di una Club House: Il primo è quello temporaneo, ovvero un tirocinio. La seconda modalità è il lavorosupportato attraverso il sistema job station,ovvero la possibilità di lavorare per aziende esterne ma dall’ufficio all’interno del Club: “Io per esempio faccio un’attività di telelavoro per Accenture”, spiega Cristiano. Poi c’è il lavoro indipendente, presso aziende esterne. “Per esempio un nostro amico, Marco, dopo sei mesi di frequenza di Club Itaca Roma ha trovato un lavoro come falegname – racconta Eleonora – e dopo tre anni in quell’azienda, sabato scorso ha spiccato il volo verso Londra, selezionato da un’impresa britannica”.

La prima Club House italiana è nata a Milano per iniziativa di alcuni familiari di persone con disagio mentale che hanno raccolto i fondi per finanziare, prima un numero di verde per l’aiuto di persone con disabilità mentale e le loro famiglie, e poi una struttura. A Roma Club Itaca – che ha un bilancio annuale di 230mila euro – è finanziata da grandi aziende private oltre ai soci e alle loro famiglie, che quando possono contribuiscono. Il Club ha contatti regolari con i centri di salute mentale e con gli ospedali, ma non vi sono finanziamenti pubblici. “Oltre ai tagli alla salute – spiega il direttore Valentini – c’è il fatto che nel settore pubblico è difficile accettare l’idea della riabilitazione psichiatrica senza medici”. Eppure è stato rilevato un effetto positivo della frequenza del Club sulla salute dei pazienti: “Le persone che sono qui da oltre sei mesi riducono l’assunzione dei farmaci – afferma Valentini – la “medicina dell’amore” sopperisce a quella chimica, poiché il fatto di essere benvoluti produce ormoni che compensano i mancati effetti del farmaco”. (Ludovica Jona)

© Copyright Redattore Sociale

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