Salute Mentale nel Lazio – RetiSolidali Intervista Nadia Boccara, presidente Habita

SALUTE MENTALE NEL LAZIO, AL CENTRO LA PERSONA O IL PROTOCOLLO?

 

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Il Decreto 188 del 2015, i tagli, gli accorpamenti delle Asl e la salute mentale domani a Roma in un convegno. Intervista a Nadia Boccara, presidente Habita

Spending review e salute mentale: il Decreto 188 del 2015 sulla “Ridefinizione dell’offerta complessiva di posti letto nelle case di cura neuropsichiatriche e valorizzazione delle nuove tariffe”, che contiene “Nuove disposizioni al fine di uniformare standard organizzativi e gestionali delle strutture residenziali e semiresidenziali psichiatriche”, gli accorpamenti delle Asl, i provvedimenti amministrativi, i tagli hanno riaperto, nel Lazio, la discussione sui temi del disagio mentale e della salute mentale territoriale.
L’associazione Habita, insieme a Oltre le barriereImmensa…mente e Insieme con te, ha organizzato per domani 14 Maggio 2016 un convegno sul tema, “Quali interventi per la salute mentale: dalla centralità della persona alla centralità del protocollo?”. Ne abbiamo parlato con Nadia Boccara, presidente di Habita.

 

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Perché questo convegno? Quali sono gli obiettivi, le questioni aperte?
«Con questa iniziativa intendiamo aprire un confronto con la Regione Lazio a seguito dei provvedimenti introdotti con il Decreto 188 del 2015. Intendiamo, in particolare, porre alla Regione alcune domande, per le quali speriamo di ottenere delle risposte. La spending review, seppur necessaria, ha comportato, infatti, tagli indiscriminati in un settore delicato, quale quello della salute mentale. E ha sollevato, già ad un anno dal Decreto 188 del 2015 , diverse criticità. Ci chiediamo, quindi, e intendiamo chiedere ai rappresentanti della Regione Lazio che interverranno al convegno, quale sarà il destino dei servizi presenti sul territorio e degli utenti».

Ci può fare degli esempi concreti?
«Pensiamo al centro di via Montesanto, a Roma, dove abbiamo lavorato da tempo. Al pian terreno c’era il Centro di salute mentale, dove il personale medico si occupava di erogare i farmaci, mentre al primo piano c’è una Comunità terapeutica riabilitativa. Al suo interno c’è il Centro diurno, dove gli utenti svolgono numerose attività. Tutto nello stesso stabile, quindi, come in altre realtà. L’utente che si rivolgeva al Centro di salute mentale per assumere la terapia, aveva, quindi, il punto di riferimento della Comunità terapeutica e poteva frequentare il Centro diurno. Ora il Centro di salute mentale è stato accorpato a via Plinio, mentre la Comunità terapeutica e il Centro diurno continuano ad essere operativi in via Montesanto, anche se bisogna vedere dove andranno a finire. Questo accorpamento ha finito per interrompere una sinergia nella presa in carico e nella cura, che, nel tempo, aveva prodotto una serie di buone prassi e aveva portato gli utenti a costruire una relazione di fiducia con i medici e gli operatori».

 

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Quali sono le conseguenze di questo accorpamento?
«Molti dei pazienti che prendevano le cure nello stesso stabile dove poi svolgevano la parte riabilitativa non possono andare da soli presso il Centro di salute mentale di Via Plinio per assumere i farmaci, né hanno più l’accompagnamento che veniva assicurato dalle Asl. È accaduto che ci venisse chiesto di accompagnare noi gli utenti ad assumere la terapia, di avere un ruolo di sostituzione in un ambito in cui i ruoli devono essere, invece, ben definiti. Senza contare che, se gli utenti accettano di essere accompagnati dagli operatori addetti a farlo e di prendere i farmaci da chi è deputato a somministrarli, non li accettano allo stesso modo da una madre. Di qui le domande che vogliamo porre alla Regione Lazio: questo Decreto ha accorpato burocraticamente le Asl, ma questo accorpamento amministrativo come viene a coniugarsi con gli obiettivi terapeutici e gli interventi sugli utenti e sul territorio? Non c’è il rischio che, di nuovo, si ricominci ad incanalare gli utenti in base alla diagnosi, invece di continuare a formarsi in gruppi diversificati in cui c’è anche una funzione dei familiari che lavorano con gli operatori?»

Poi c’è la questione degli appartamenti protetti…
«Habita nasce nel 2014 da un insieme di gruppi di familiari e utenti che si sono formati fin dal 2005 nei gruppi di lavoro e di auto analisi, creando rete intorno agli utenti e ai familiari stessi in una logica non di semplice rapporto utente-psichiatra, ma di gruppi multifamiliari. Abbiamo sempre parlato di “utenti”, mai di “pazienti” perché abbiamo sempre considerato le persone con disagio mentale nella loro complessità, non identificandole mai con la patologia o il sintomo. È seguendo questa logica che abbiamo sempre collaborato con le Asl e il Municipio Roma 1. È secondo questa stessa logica che ci occupiamo di appartamenti protetti, nati da dieci anni a questa parte. Al loro interno è necessaria la presenza di operatori riconosciuti dalle Asl – pagati dalle stesse Asl e da alcune cooperative – che si occupino di seguire gli utenti, di assicurare la realizzazione dei progetti personalizzati costruiti sulle necessità di ciascuno. Con il taglio delle sovvenzioni questi operatori vengono a mancare: se è importante formare e far lavorare gli utenti per garantir loro una sempre maggiore autonomia, ma anche monitorarli, come si farà negli appartamenti? Chi si occuperà del contenimento? Allo stesso tempo gli psichiatri vanno diminuendo a causa di un turn over non rinnovato. Come faremo a far vivere con l’aiuto della sanità pubblica questi appartamenti? E poi c’è il tema della riduzione delle comunità pubbliche, in cui gli utenti non possono, evidentemente, rimanere a vita. Il Decreto, infatti, prevede una permanenza di un anno, ripetibile per un altro anno».

 

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Come immaginate, quindi, il futuro?
«Noi ci siamo da sempre organizzati per fare rete e abbiamo assistito al consolidarsi di tante buone pratiche che hanno fatto emergere risorse anche inaspettate degli utenti. Ora le questioni che restano aperte riguardano l’accesso alle cure, la semiresidenzialità, i tagli al personale di accompagnamento e al turn over degli operatori. Dato tutto questo, ci chiediamo quali saranno i percorsi riabilitativi futuri. Vogliamo appiattire l’utente sulla sua diagnosi o tenere conto della sua storia, delle sue relazioni? I tagli sono necessari, ma bisogna vedere dove tagliare, soprattutto se si parla di salute mentale. In futuro esiste l’intenzione di creare una Conferenza regionale sulla Salute mentale. Dopo il convegno ci rivedremo anche con altre associazioni. Ora abbiamo lanciato un sasso nello stagno, speriamo che da questo nascano molti cerchi concentrici di collaborazione».

Durante il convegno saranno presentati un documento di apertura – che ha l’obiettivo di denunciare le criticità attuali e difendere, d’altro canto, le buone pratiche costruite nel tempo – e una mozione di chiusura, con la quale verranno avanzate le richieste conclusive. Reti Solidali vi dedicherà un approfondimento a convegno concluso.

In copertina: Wassily Kandinsky – “Impression III (Concert)“, 1911

 

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Giornalista pubblicista, lavora nell’area comunicazione e promozione del Cesv. Da sempre divisa tra “Pulp fiction” e “Cenerentola”, ama l’imperfezione. Il suo impegno è educare i suoi bimbi all’amore per la vita e per le pagine di un buon libro

 

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