Proiezione del film SebastianO di Fabrizio Ferraro e giornata seminariale con Bruno Roberti

l’Intervento Precoce in Salute Mentale

Teatro di Paglia – OMAGGIO ALLA RUBEDO-

23 aprile: Progetto Serra – Open Day

OPEN DAY

Presentazione Open Day

Disordinatamente presenta K

locandinak

FTS Lazio – Francesca Danese eletta nuova portavoce

articoli di Chiara Muoio

Qui sotto ci sono gli articoli di Chiara Muoio

buona lettura

aurora i cani

Recensione Major Lazer-Peace is the mission

Yallah! Underground

Una notte di ordinaria psichiatria… di Gilberto Di Petta

http://www.psychiatryonline.it/node/6383

 

Una notte di ordinaria psichiatria…

22 agosto, 2016 – 09:03

di Gilberto Di Petta

 

18 agosto.

Il cicalino del cordless suona alle ore una e trenta. Pronto soccorso, pz schizofrenico, agitato, con i carabinieri. Mi alzo, mi ero appoggiato da poco.  Di notte lo senti come la mamma sente il pianto del bambino. Una sciacquata di faccia. Il camice lasciato sulla sedia con la delusa speranza di riprenderlo al mattino. Timbro, penna, chiavi, lampadina tascabile. Chiamata agli infermieri in medicheria. Due di loro si fanno avanti nell’ombra del corridoio. Altri due preparano il letto per il nuovo ricovero.

Si parte. Si attraversa a piedi il lungo cortile che separa l’ SPDC dal corpo dell’ospedale. L’aria è afosa. Non piove e non rinfresca. Di notte le acque del vicino Averno sembrano smuovere la melma, come se creature ctonie danzassero sotto i resti del tempio di Apollo. Troviamo aperta la porticina che accede al PS. Il solito homeless che, immobile come un morto, dorme su una lettiga. Gente accampata fuori la rianimazione. Capannelli concitati nel corridoietto del PS. Scene di ordinaria sanità italiana. Il nostro paziente è disteso sull’ultima lettiga, ultimo box. Scostiamo i pesanti tendoni verdi, fragili residui di inesistente privacy. I carabinieri sono andati via. Hanno già fatto prelievo e tracciato. E’ agitato. Lo sguardo acceso, di un azzurro cristallino. Parla l’italiano scandito degli stranieri. E’ nato in Russia a san Pietroburgo. In Italia dall’età di 11 anni. Ha scagliato la sedia contro la madre adottiva, che si era rifiutata al rito serale : scrivere, sotto dettatura, il suo romanzo infinito. A tema horror  o eros. C’è un cognato che lo veglia, un ragazzone infastidito che ha fretta. E’ quello che ha sposato la sorella, russa anch’ella, affidata insieme a lui all’epoca. Lo convinciamo a farsi praticare un sedativo. Intanto mentre gli infermieri lo intrattengono, scambio alcune battute con la madre. E’ stanca, il marito l’ha lasciata, non risponde al telefono, non si sa dove stia in vacanza. Il ragazzo manifesta disagio da alcuni anni. E’ seguito da una clinica privata convenzionata, assume già una terapia. Mai passato per il territorio. Lo induciamo a seguirci verso il reparto, badando bene che non incroci la madre. Attraversiamo lo spazio aperto che abbiamo fatto all’andata, io lui, un infermiere del reparto e il cognato. Gli chiedo se ha letto i grandi romanzieri russi, Céchov, Dostoevskij, Tolstoj, visto che gli piace così scrivere. Mi risponde di no. Rimango deluso. Fortunatamente non fugge. Ancora non ha capito che dovrà ricoverarsi. Una volta dentro, il cognato si liquefa. Realizza che deve essere ricoverato, tenta di guadagnare l’uscita, che avevo fatto chiudere alle nostre spalle. Gli offro una bottiglia d’acqua. Anna porta avanti la trattativa con dolcezza, io con più fermezza. Antonio è pronto ad intervenire. Poi accetta di entrare. Sembra fatta. Non ho ben capito quale o quali siano i problemi di questo ragazzo. Domani si vedrà.

La notte continua.

Proprio in quel momento il cicalino bussa sinistramente di nuovo. Stessa collega del PS. Altro paziente, psicotico in trattamento, condotto dal 118. Si sono fatte le due e trenta. La notte se ne sta andando. Il nostro nuovo ospite si chiama Mario, un omosessuale grassoccio e calvo, angosciato da morire. Ha sentito provenire una tremenda puzza di droga dal corpo della sorella, l’ha colpita con un’asta sul volto, ferendole il naso. La sorella è presso di lui. Comunque è presso di lui. Non hanno più genitori. Vivono insieme. Evidentemente lei si prende cura di lui. E’ seguito da vari anni con dell’aloperidolo a gocce da uno dei due policlinici universitari. Anche lui mai passato per il territorio. L’inquilino del terzo piano, la sua voce gli rimbomba nella testa, dice a tutti che lui è frocio. Accetta la terapia e ci segue. Si sono fatte quasi le quattro. Credevo che dopo ferragosto le notti fossero più calme. Questa è la follia che esplode a fine estate, quella che ha tenuto tenuto tenuto. E’ l’SPDC che, alla fine, la intercetta. E’ il medico psichiatra di guardia che si trova, dall’una alle quattro, a dare una risposta a situazioni che si sono costruite nel tempo e che, non si capisce per quale crogiuolo sinistro e catastrofico di elementi, sembrano, improvvisamente, precipitare. Sembrano, queste situazioni che hanno preso tutto il tempo, adesso non avere più tempo. Sono in fondo, questi due casi, entrambi delle situazioni croniche. Eppure pongono improvvisamente un’emergenza, anelando ad una risoluzione, calamitano l’ospedale come risposta medicale ad una malattia mentale serpiginosa, che non sa trovare altro luogo, altro tempo, altro mondo, altro spazio.

Dov’è quella capillarità di intervento reclamata dalla 180? In fondo queste persone, in questi anni, pur evitando i Servizi, non hanno evitato una medicalizzazione ambulatoriale, che tuttavia non le ha soddisfatte. Quale risposta sto dando, stanotte? Il camice, l’ascolto, il ricovero, la sedazione, eventualmente la contenzione. 118 e forze dell’ordine fanno da vettori. Domani seguirà il TSO. Che cosa è cambiato? Perché, a questo punto, non ospedalizzarli subito e orientare la diagnosi da li? Perché hanno chiuso i Centri crisi a 24 ore presso i CSM?  Ho l’impressione che oggi tutti i percorsi passino, presto o tardi, per l’ SPDC.

La sezione ospedaliera, che di questa psichiatria riformata doveva essere l’ultima spiaggia, diventa adesso la prima linea. Anni fa eravamo quelli che raccoglievano i casi sfuggiti alle maglie del territorio. Adesso, che il territorio è smagliato, siamo la prima linea. Mutatis mutandis siamo noi sempre quelli. Offriamo un manicomio breve, più indolore possibile. Un manicomio precario e reversibile. Un bagno psicofarmacologico. Un paio di settimane di decongestione alle famiglie lasciate sole. Ma anche ripetibile.  I parenti si rilassano, quando il paziente è nelle nostre mani, quando ce lo portiamo, i familiari che dovevano essere sostenuti, psicoeducati, supportati. I familiari sono soli.

In reparto, intanto, la Tianella ha lasciato una scia di cacca lungo il corridoio, ha praticamente camminato cagando all’impiedi, e gli infermieri, tra mille imprecazioni si sono industriati a pulire la via lattea.

Benché abbiamo un ampio cortile aperto, nel reparto il puzzo si spande. E il Pippo si è urinato addosso, bagnando anche lenzuolo e materasso. Questa clinica è fatta di sangue sudore merda, diceva il maestro Arnaldo Ballerini. E di piscio. Aggiungo. Mentre Anna l’infermiera si lamenta, le ricordo l’odore del manicomio. Lei, come me, ci ha fatto un passaggio. La puzza indelebile che aveva quello stige, che rimaneva sui panni e sulla pelle. Adesso stiamo meglio. Ma la sostanza non cambia. Le famiglie ci consegnano disperate i pazienti. E non vorrebbero prenderseli più. I ricoveri di giorno sono rari. Ormai la partita si svolge di notte. 118 e forze dell’ordine sono la via breve al ricovero, che si è sempre cercato di evitare. I nostri nuovi interlocutori. La notte non è ancora finita.

“Sentinella, quanto è lunga la notte?”

Ore 4.30. cicalino.

Uomo di quasi sessant’anni, con moglie inglese, affetto da Parkinson complicato, con allucinazioni e tentato suicidio. La collega ha tentato di inviarli in neurologia di altro nosocomio, visto che noi non ce l’abbiamo. La moglie asserisce che non si muoverà da qui, che vuole una risposta. Stavolta vado solo. Mi chiedo perché, alla fine della notte, l’angoscia sferra il suo ultimo colpo. Prima che il sole si levi a cancellare ogni affanno. E’ un signore provato dalla sofferenza. Guardo le sue prescrizioni. Assume un quantitativo impressionante di levodopa.  Dice che l’effetto finisce prima di tre ore. La moglie annuisce. Verifico il tono muscolare. Parliamo. La collega del PS rimane da presso. E’ incuriosita. Faccio praticare un fiala di En 5 mg. Intanto gli preparo una prescrizione con della quetiapina e gli spiego che necessita di osservazione

http://www.psychiatryonline.it/node/6383

 

Una notte di ordinaria psichiatria…

22 agosto, 2016 – 09:03

di Gilberto Di Petta

 

18 agosto.

Il cicalino del cordless suona alle ore una e trenta. Pronto soccorso, pz schizofrenico, agitato, con i carabinieri. Mi alzo, mi ero appoggiato da poco.  Di notte lo senti come la mamma sente il pianto del bambino. Una sciacquata di faccia. Il camice lasciato sulla sedia con la delusa speranza di riprenderlo al mattino. Timbro, penna, chiavi, lampadina tascabile. Chiamata agli infermieri in medicheria. Due di loro si fanno avanti nell’ombra del corridoio. Altri due preparano il letto per il nuovo ricovero.

Si parte. Si attraversa a piedi il lungo cortile che separa l’ SPDC dal corpo dell’ospedale. L’aria è afosa. Non piove e non rinfresca. Di notte le acque del vicino Averno sembrano smuovere la melma, come se creature ctonie danzassero sotto i resti del tempio di Apollo. Troviamo aperta la porticina che accede al PS. Il solito homeless che, immobile come un morto, dorme su una lettiga. Gente accampata fuori la rianimazione. Capannelli concitati nel corridoietto del PS. Scene di ordinaria sanità italiana. Il nostro paziente è disteso sull’ultima lettiga, ultimo box. Scostiamo i pesanti tendoni verdi, fragili residui di inesistente privacy. I carabinieri sono andati via. Hanno già fatto prelievo e tracciato. E’ agitato. Lo sguardo acceso, di un azzurro cristallino. Parla l’italiano scandito degli stranieri. E’ nato in Russia a san Pietroburgo. In Italia dall’età di 11 anni. Ha scagliato la sedia contro la madre adottiva, che si era rifiutata al rito serale : scrivere, sotto dettatura, il suo romanzo infinito. A tema horror  o eros. C’è un cognato che lo veglia, un ragazzone infastidito che ha fretta. E’ quello che ha sposato la sorella, russa anch’ella, affidata insieme a lui all’epoca. Lo convinciamo a farsi praticare un sedativo. Intanto mentre gli infermieri lo intrattengono, scambio alcune battute con la madre. E’ stanca, il marito l’ha lasciata, non risponde al telefono, non si sa dove stia in vacanza. Il ragazzo manifesta disagio da alcuni anni. E’ seguito da una clinica privata convenzionata, assume già una terapia. Mai passato per il territorio. Lo induciamo a seguirci verso il reparto, badando bene che non incroci la madre. Attraversiamo lo spazio aperto che abbiamo fatto all’andata, io lui, un infermiere del reparto e il cognato. Gli chiedo se ha letto i grandi romanzieri russi, Céchov, Dostoevskij, Tolstoj, visto che gli piace così scrivere. Mi risponde di no. Rimango deluso. Fortunatamente non fugge. Ancora non ha capito che dovrà ricoverarsi. Una volta dentro, il cognato si liquefa. Realizza che deve essere ricoverato, tenta di guadagnare l’uscita, che avevo fatto chiudere alle nostre spalle. Gli offro una bottiglia d’acqua. Anna porta avanti la trattativa con dolcezza, io con più fermezza. Antonio è pronto ad intervenire. Poi accetta di entrare. Sembra fatta. Non ho ben capito quale o quali siano i problemi di questo ragazzo. Domani si vedrà.

La notte continua.

Proprio in quel momento il cicalino bussa sinistramente di nuovo. Stessa collega del PS. Altro paziente, psicotico in trattamento, condotto dal 118. Si sono fatte le due e trenta. La notte se ne sta andando. Il nostro nuovo ospite si chiama Mario, un omosessuale grassoccio e calvo, angosciato da morire. Ha sentito provenire una tremenda puzza di droga dal corpo della sorella, l’ha colpita con un’asta sul volto, ferendole il naso. La sorella è presso di lui. Comunque è presso di lui. Non hanno più genitori. Vivono insieme. Evidentemente lei si prende cura di lui. E’ seguito da vari anni con dell’aloperidolo a gocce da uno dei due policlinici universitari. Anche lui mai passato per il territorio. L’inquilino del terzo piano, la sua voce gli rimbomba nella testa, dice a tutti che lui è frocio. Accetta la terapia e ci segue. Si sono fatte quasi le quattro. Credevo che dopo ferragosto le notti fossero più calme. Questa è la follia che esplode a fine estate, quella che ha tenuto tenuto tenuto. E’ l’SPDC che, alla fine, la intercetta. E’ il medico psichiatra di guardia che si trova, dall’una alle quattro, a dare una risposta a situazioni che si sono costruite nel tempo e che, non si capisce per quale crogiuolo sinistro e catastrofico di elementi, sembrano, improvvisamente, precipitare. Sembrano, queste situazioni che hanno preso tutto il tempo, adesso non avere più tempo. Sono in fondo, questi due casi, entrambi delle situazioni croniche. Eppure pongono improvvisamente un’emergenza, anelando ad una risoluzione, calamitano l’ospedale come risposta medicale ad una malattia mentale serpiginosa, che non sa trovare altro luogo, altro tempo, altro mondo, altro spazio.

Dov’è quella capillarità di intervento reclamata dalla 180? In fondo queste persone, in questi anni, pur evitando i Servizi, non hanno evitato una medicalizzazione ambulatoriale, che tuttavia non le ha soddisfatte. Quale risposta sto dando, stanotte? Il camice, l’ascolto, il ricovero, la sedazione, eventualmente la contenzione. 118 e forze dell’ordine fanno da vettori. Domani seguirà il TSO. Che cosa è cambiato? Perché, a questo punto, non ospedalizzarli subito e orientare la diagnosi da li? Perché hanno chiuso i Centri crisi a 24 ore presso i CSM?  Ho l’impressione che oggi tutti i percorsi passino, presto o tardi, per l’ SPDC.

La sezione ospedaliera, che di questa psichiatria riformata doveva essere l’ultima spiaggia, diventa adesso la prima linea. Anni fa eravamo quelli che raccoglievano i casi sfuggiti alle maglie del territorio. Adesso, che il territorio è smagliato, siamo la prima linea. Mutatis mutandis siamo noi sempre quelli. Offriamo un manicomio breve, più indolore possibile. Un manicomio precario e reversibile. Un bagno psicofarmacologico. Un paio di settimane di decongestione alle famiglie lasciate sole. Ma anche ripetibile.  I parenti si rilassano, quando il paziente è nelle nostre mani, quando ce lo portiamo, i familiari che dovevano essere sostenuti, psicoeducati, supportati. I familiari sono soli.

In reparto, intanto, la Tianella ha lasciato una scia di cacca lungo il corridoio, ha praticamente camminato cagando all’impiedi, e gli infermieri, tra mille imprecazioni si sono industriati a pulire la via lattea.

Benché abbiamo un ampio cortile aperto, nel reparto il puzzo si spande. E il Pippo si è urinato addosso, bagnando anche lenzuolo e materasso. Questa clinica è fatta di sangue sudore merda, diceva il maestro Arnaldo Ballerini. E di piscio. Aggiungo. Mentre Anna l’infermiera si lamenta, le ricordo l’odore del manicomio. Lei, come me, ci ha fatto un passaggio. La puzza indelebile che aveva quello stige, che rimaneva sui panni e sulla pelle. Adesso stiamo meglio. Ma la sostanza non cambia. Le famiglie ci consegnano disperate i pazienti. E non vorrebbero prenderseli più. I ricoveri di giorno sono rari. Ormai la partita si svolge di notte. 118 e forze dell’ordine sono la via breve al ricovero, che si è sempre cercato di evitare. I nostri nuovi interlocutori. La notte non è ancora finita.

“Sentinella, quanto è lunga la notte?”

Ore 4.30. cicalino.

Uomo di quasi sessant’anni, con moglie inglese, affetto da Parkinson complicato, con allucinazioni e tentato suicidio. La collega ha tentato di inviarli in neurologia di altro nosocomio, visto che noi non ce l’abbiamo. La moglie asserisce che non si muoverà da qui, che vuole una risposta. Stavolta vado solo. Mi chiedo perché, alla fine della notte, l’angoscia sferra il suo ultimo colpo. Prima che il sole si levi a cancellare ogni affanno. E’ un signore provato dalla sofferenza. Guardo le sue prescrizioni. Assume un quantitativo impressionante di levodopa.  Dice che l’effetto finisce prima di tre ore. La moglie annuisce. Verifico il tono muscolare. Parliamo. La collega del PS rimane da presso. E’ incuriosita. Faccio praticare un fiala di En 5 mg. Intanto gli preparo una prescrizione con della quetiapina e gli spiego che necessita di osservazione e monitoraggio neurologico in reparto universitario. Discuto con lui della dopamina. La molecola del movimento, ma anche la molecola del reward, del wanting, del liking, del learning. Annuisce, mi fa eco sussurrando ..il sesso, il gioco…, è lui che pronuncia la parola magica : addictive. Lo invito pertanto a rispettare le prescrizioni. Adesso è più disteso, mi dice che ha ricevuto attenzione, anche la moglie appare più tranquilla. Dico alla collega che porta sfiga. Mi risponde che da me non lo accetta. Che io, come psichiatra, per lei, rappresento l’ultimo baluardo della ragione.

Esco, il cielo schiarisce.

Mi fermo per una sigaretta con il collega internista di guardia. Si parla del più e del meno. Delle vacanze.  Di quanto De Luca non stia facendo nulla di concreto per la sanità in Campania. Di quanto noi siamo schiacciati. Del perché non ce ne siamo andati via. Mi parla delle sue specializzazioni e del suo dottorato. Mi sorprendo del suo curriculum. Evito di parlargli dei miei titoli. A quest’ora, comunque, entrambi saremmo primari alla Charitè di Berlino. Di quanto amiamo questo paese che odiamo. Torno che schiarisce : è l’alba, i getti d’irrigazione sono attivi nei prati ben curati dell’ospedale, meglio curati della galleria degli orrori del PS.

La notte è liquidata tutta nel lavandino del PS. E’ l’ora del caffè alla macchinetta. 40 centesimi. Un liquido scuro, caldo, lungo e dolce in un bicchiere bombato di plastica marrone. E andata così.  Stanotte è andata così.

Tra qualche ora sarò in viaggio verso il nord, e domattina sarò perso nella bruma delle foreste dell’appennino tosco emiliano.

Mi chiedo come ha a che fare quello che ho vissuto stanotte con il concetto di Salute mentale.

Mi chiedo se la psichiatria di emergenza non sia completamente tutta un’altra cosa, separata da tutto il resto. Soprattutto dai discorsi che ancora si fanno sulla Salute mentale.

Mi chiedo perché l’acuzie precipita, se c’è un modo di dare attenzione a chi precipita che possa prevedere anche una continuità.

Mi chiedo perché in nessun convegno si parla mai di che cosa è e di come si tratta l’emergenza psichiatrica, ma soprattutto di come si può costruire un discorso a partire dall’emergenza.

Mi chiedo se la mia vita debba continuare ad essere una costellazioni di questi incontri assoluti, senza domani, come gli “acts sans lendemain” di Minkowski. Se non c’è un autismo anche in questo.

Penso a Bruno Callieri, ad Arnaldo Ballerini. Mi mancano ogni volta di più.

Che mi rimane di questi incontri al termine della notte, di questi lampi? Di questi frammenti?

Che io e questi esseri umani ci portiamo dentro. Lo sanno gli specializzandi che cosa gli accadrà nelle notti di guardia?

C’è qualcosa o qualcuno che li prepara ad essere questi medici indefiniti, che passano dalla contenzione all’ascolto, dal funambolismo farmacologico alla percezione atmosferica delle situazioni?

Ho ancora un’altra notte stasera.

Devo riposare un po’.

E poi pormi, come un fanciullo sulla riva del mare, ad attendere i messaggi nelle bottiglie.

 

e monitoraggio neurologico in reparto universitario. Discuto con lui della dopamina. La molecola del movimento, ma anche la molecola del reward, del wanting, del liking, del learning. Annuisce, mi fa eco sussurrando ..il sesso, il gioco…, è lui che pronuncia la parola magica : addictive. Lo invito pertanto a rispettare le prescrizioni. Adesso è più disteso, mi dice che ha ricevuto attenzione, anche la moglie appare più tranquilla. Dico alla collega che porta sfiga. Mi risponde che da me non lo accetta. Che io, come psichiatra, per lei, rappresento l’ultimo baluardo della ragione.

Esco, il cielo schiarisce.

Mi fermo per una sigaretta con il collega internista di guardia. Si parla del più e del meno. Delle vacanze.  Di quanto De Luca non stia facendo nulla di concreto per la sanità in Campania. Di quanto noi siamo schiacciati. Del perché non ce ne siamo andati via. Mi parla delle sue specializzazioni e del suo dottorato. Mi sorprendo del suo curriculum. Evito di parlargli dei miei titoli. A quest’ora, comunque, entrambi saremmo primari alla Charitè di Berlino. Di quanto amiamo questo paese che odiamo. Torno che schiarisce : è l’alba, i getti d’irrigazione sono attivi nei prati ben curati dell’ospedale, meglio curati della galleria degli orrori del PS.

La notte è liquidata tutta nel lavandino del PS. E’ l’ora del caffè alla macchinetta. 40 centesimi. Un liquido scuro, caldo, lungo e dolce in un bicchiere bombato di plastica marrone. E andata così.  Stanotte è andata così.

Tra qualche ora sarò in viaggio verso il nord, e domattina sarò perso nella bruma delle foreste dell’appennino tosco emiliano.

Mi chiedo come ha a che fare quello che ho vissuto stanotte con il concetto di Salute mentale.

Mi chiedo se la psichiatria di emergenza non sia completamente tutta un’altra cosa, separata da tutto il resto. Soprattutto dai discorsi che ancora si fanno sulla Salute mentale.

Mi chiedo perché l’acuzie precipita, se c’è un modo di dare attenzione a chi precipita che possa prevedere anche una continuità.

Mi chiedo perché in nessun convegno si parla mai di che cosa è e di come si tratta l’emergenza psichiatrica, ma soprattutto di come si può costruire un discorso a partire dall’emergenza.

Mi chiedo se la mia vita debba continuare ad essere una costellazioni di questi incontri assoluti, senza domani, come gli “acts sans lendemain” di Minkowski. Se non c’è un autismo anche in questo.

Penso a Bruno Callieri, ad Arnaldo Ballerini. Mi mancano ogni volta di più.

Che mi rimane di questi incontri al termine della notte, di questi lampi? Di questi frammenti?

Che io e questi esseri umani ci portiamo dentro. Lo sanno gli specializzandi che cosa gli accadrà nelle notti di guardia?

C’è qualcosa o qualcuno che li prepara ad essere questi medici indefiniti, che passano dalla contenzione all’ascolto, dal funambolismo farmacologico alla percezione atmosferica delle situazioni?

Ho ancora un’altra notte stasera.

Devo riposare un po’.

E poi pormi, come un fanciullo sulla riva del mare, ad attendere i messaggi nelle bottiglie.

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Psichiatria Democratica: lettera a Virginia Raggi

1Psichiatria Democratica: lettera a Virginia Raggi

Caro Sindaco Raggi, Psichiatria Democratica le augura il meglio per l’incarico che ha conquistato nelle recenti elezioni. Siamo contenti di apprendere che la sua scelta simbolica sia stata quella di collocare il suo gruppo politico negli scranni a sinistra del Consiglio Comunale.

 

La nostra non è un’organizzazione partitica e la politica ci ha sempre interessati in quanto strumento per la realizzazione di quel vasto processo di conquista e riconquista dei diritti per quei cittadini che li hanno visti intaccati a causa della loro sofferenza, e questa è per noi una posizione di sinistra.

L’esclusione sociale non coinvolge solo gli utenti della Salute Mentale, l’assenza della piena cittadinanza neppure ma l’origine del nostro impegno nasce da quella straordinaria esperienza italiana di chiusura dei manicomi che ha avuto in Franco Basaglia il suo più importante e noto propugnatore.

Non sappiamo quanto Lei abbia avuto modo di venire a conoscenza delle vicende della Salute Mentale nel corso della sua storia professionale e nella lunga campagna elettorale che ha appena concluso. La realtà romana, anche in questo purtroppo, non è brillante.

In un breve elenco citeremo:

Le incertezze che riguardano il ruolo della riabilitazione psichiatrica, ovvero di tutte quelle pratiche emancipatorie e di inclusione attraverso il ripristino di relazioni umane e sociali vitali. In questa attività un ruolo importante è stato rivestito dall’attività dei Centri Diurni dei Dipartimenti di Salute Mentale e delle Cooperative Sociali virtuose che da decenni sono impegnate sul fronte dell’impresa sociale e della psichiatria di comunità.

Come forse saprà, il Comune di Roma è stato un motore importante per questi processi assumendo su di sé anche l’onere economico e assistenziale di queste attività.

Non pensiamo che questa soluzione sia l’unica possibile ma auspichiamo un confronto sano e aperto tra chi ha il compito della cura, la parte sanitaria del problema, e chi deve contribuire a garantire a tutti i cittadini, a prescindere dal loro stato di salute, gli stessi diritti costituzionali.

Attraverso il suo Dipartimento dedicato a Politiche Sociali e sussidiarietà, il Comune di Roma provvede a fornire o pagare i luoghi della riabilitazione e a finanziarne gli attori non sanitari. Le rovinose vicende di Mafia Capitale stanno trascinando con sé pratiche buone e altre desuete, e, attraverso la burocratizzazione, si rischia di buttare via bambino e acqua sporca. E’ anche quanto avviene con le Cooperative Sociali assimilate nel sospetto a quelle che hanno consumato risorse pubbliche con la complicità della cattiva politica. O con i Parchi Verde Qualità dove alcune attività riabilitative hanno luogo e dove tutto è fermo essendo anch’essi accomunati senza fare alcuna differenza tra concessionari buoni e truffaldini a color che della cosa pubblica hanno fatto man bassa.

In quanto ai diritti, non sappiamo quanto Lei sia al corrente che la gestione dell’urgenza psichiatrica nella Città di Roma è disastrosamente fallimentare. Nessun Sindaco, massima autorità sanitaria locale, è stato in grado sin qui, di disporre un’organizzazione in grado di tutelare le persone sottoposte a Trattamento Sanitario Obbligatorio: la privazione, seppur temporanea, della libertà per quei cittadini in crisi, vede nella Polizia Municipale che La rappresenta un baluardo di garanzia e di tutela per chi sta male, così come prescrive la legge, e per coloro che potrebbero patire conseguenze da quella sofferenza.

Purtroppo la città di Roma, capitale d’Italia, mette a disposizione di questa delicata attività una sola pattuglia di Vigili creando i presupposti per esiti pericolosi e rischiosi, come drammaticamente emerso anche in altre città. Ebbene, anche in questo ambito sarà indispensabile rivedere questa clamorosa mancanza.

Non ultimo per importanza è il tema dell’accorpamento delle ASL cittadine che, ubbidendo a una tendenza nazionale e a un’idea di razionalizzazione e risparmio i cui fondamenti non sono neppure troppo affidabili, rischia di far perdere senso a quel legame con il territorio che tuttora costituisce il meglio della Psichiatria italiana. Politiche locali disperse in territori vasti e popolosi, urbani e suburbani, possono essere destinate alla scomparsa riproponendo la centralità degli Ospedali che, non solo in ambito di Salute Mentale, non è la soluzione più avanzata né quella più economica.

Ci sono altri temi caldi che riguardano la Salute Mentale, l’esclusione e le politiche per il territorio, le Consulte locali e cittadine, il radicamento comunitario nei quartieri sempre più abbandonati a partire dalle periferie: su questi Psichiatria Democratica si è sempre schierata e battuta e ci auguriamo di poterci confrontare con Lei e la sua nuova amministrazione per poterli esporre di persona quanto prima insieme ad alcune modeste ma chiare proposte.

Psichiatria Democratica

4 luglio 2016

1

Legge 68/1999 – La Camera viola la norma che impone di impiegare portatori di handicap

ilcaso

La Camera che ha approvato le quote
in 16 anni non ha assunto disabili

In Parlamento violata la norma che impone di impiegare portatori di handicap. La difesa della presidente Boldrini: «Da quando questa legge è in atto non ci sono state più nuove assunzioni»

mattarella

«Un grammo di buon esempio vale più di un quintale di parole». Il monito attribuito a San Francesco di Sales non ha avuto fortuna tra i palazzi della politica. Almeno sui diritti dei disabili, ricevuti ieri al Colle da Mattarella. Il primo a violar l’obbligo d’assumere una quota di portatori di handicap fissato dalla legge 68/1999, infatti, è stato il Parlamento che quella legge varò.

 

L’inchiesta delle «Iene»

Lo ha dimostrato Umberto Alezio, delle Iene. In un servizio in onda questa sera su Italia1. «Lei dice che è una legge giusta, tra le migliori mai fatte, ma sa che la prima a non applicarla è la Camera?», chiede l’autore a vari deputati. «Non è applicata?», risponde sbalordita Laura Ravetto, «È gravissimo: perché gli enti pubblici credo siano i primi che dovrebbero dare l’esempio. Prometto che la prima che cosa che faccio, adesso, appena entro in aula, è di far presente questa cosa gravissima». «Nooo! Davvero? Non lo sapevo», sbarra gli occhi Pippo Civati, «Adesso facciamo un macello. È una follia». «Lei mi dà una notizia», ammette Stefano Fassina, «se è così è inaccettabile e dobbiamo porvi rimedio». «La Camera dovrebbe essere la prima a dare l’esempio!», dice Daniela Santanchè. «Non lo sapevo», confessa Andrea Romano, «Effettivamente non ho mai visto dipendenti affetti da disabilità…».

 

Almeno 5 tornate di concorsi

«Chiedete alla Boldrini», svicola frettolosa Nunzia di Girolamo. E la presidente della Camera, presa alla sprovvista dal microfono sotto il naso, che fa? Decisa a difendere l’istituzione scivola su una buccia di banana: «Da quando questa legge è in atto non ci sono state più nuove assunzioni, se faremo nuove assunzioni questa legge verrà rispettata, stia tranquillo». Non è così, purtroppo. E lo riconoscerà lei stessa in un successivo passaggio del servizio: «Non lo sapevo, non succederà più».. Per carità, stando alle carte recuperate da Alezio e dal deputato grillino Riccardo Fraccaro le nuove assunzioni sono state fatte prima che lei diventasse presidente. Ma ci sono state. Almeno 5 tornate di concorsi tra il 2002 e il 2006 quando a Montecitorio c’erano prima Pier Ferdinando Casini e poi Fausto Bertinotti. Per un totale, stando ai documenti, di un centinaio di new entry. «Senza che mai sia stato preso un solo disabile», conferma il parlamentare del M5S.

 

Le quote previste

Nessuno stupore. Se non per l’ostentata meraviglia degli intervistati, colpiti dalla notizia manco fossero informati della scoperta di una tigre vegana. «Sono stato lì dentro per anni come deputato, come ministro e come sottosegretario: mai visto un dipendente con handicap», sospira Antonio Guidi, affetto da tetraparesi spastica, «E diciamo la verità: partiti, sindacati e uffici pubblici sono i primi che non hanno mai applicato quella legge. Troppe deroghe! Troppe deroghe! E così alla fine le norme sacrosante sono state svuotate». Certo, la legge che prevede la presenza di un 7% di lavoratori diversamente abili nelle aziende con più di 50 dipendenti, due in quelle che ne hanno da 36 a 50 e uno in quelle più ridotte che occupano da 15 a 35 addetti con la sola esenzione delle imprese più piccole, qualche deroga la doveva prevedere. Se assumi cento piloti da aereo non fuori farti carico di sette portatori di handicap cui affidare i comandi. Ovvio. E non c’è disabile che contesti il buon senso. Ma vale solo per certi mestieri specifici. Grazie anche alle nuove tecnologie, come dimostrava l’altro giorno alla trasmissione di Gianluca Nicoletti su Radio 24 un giovane non vedente brillantemente laureato, «un cieco non solo può non essere di peso ma può essere una risorsa per tantissimi uffici». Macché: c’è chi non vuol neppure tentare. Meglio la multa, e via.

 

Il monitoraggio mancato

Pietro Barbieri, a lungo presidente della Fish, la federazione delle associazioni per il superamento dell’handicap, ricorda di aver dato più volte battaglia, anno dopo anno, perché la «68/1999» fosse applicata più seriamente soprattutto dagli enti pubblici. Niente da fare. La legge diceva che le Province dovevano fare un monitoraggio biennale sull’applicazione delle nuove regole nei vari uffici del loro territorio? Un buon terzo di queste Province se ne sono infischiate. Evitando di raccogliere, riassumere e trasmettere i dati a Roma. Così anche nell’ultimo rapporto, del 2013. Dove perfino gli uffici ligi al dovere avevano comunicato vistosi vuoti nelle quote riservate ai disabili. «Con una aggravante», incalza Barbieri, «Se un’azienda privata che viola la legge paga almeno le multe, per quanto ridotte siano, gli enti pubblici manco quelle».

 

La figura del responsabile

«Appena ci siamo accorti del problema abbiamo avviato un censimento per capirne bene le dimensioni», spiega Angelo Rughetti, sottosegretario alla Funzione pubblica, «I numeri purtroppo non li abbiamo ancora ma nel decreto “Semplificazioni in materia di lavoro e pari opportunità” abbiamo inserito apposta, come chiedevano le associazioni, l’obbligo per tutti, privati e pubblici, di avere un responsabile che si occupi lui, direttamente, di controllare l’applicazione reale delle norme sull’inserimento dei disabili». Una figura precisa. Che non possa rifugiarsi dietro cortine fumogene burocratiche. Anche se alla Fish temono che alla fine questa figura venga svuotata in Parlamento con l’introduzione di un generico «osservatorio». Osservatorio destinato a fare la fine di certi organismi descritti da celebre battuta di Richard Harkness sul New York Times: «Dicesi Commissione un gruppo di svogliati selezionati da un gruppo di incapaci per il disbrigo di qualcosa di inutile».

 

30 marzo 2016 (modifica il 31 marzo 2016 | 16:08)

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